Vita da equilibrista

Livingstone, 7 febbraio 2016

Non sono grande amante dei gatti ma, qui a Livingstone, la convivenza forzata con uno di loro ha messo da parte il pregiudizio e ha dato la precedenza all’osservazione. Un gatto è autonomo, egocentrico, focalizzato sull’obiettivo, sempre allerta. E’ un equilibrista, un esploratore. Osservavo questo esserino bianco e nero arrampicarsi con grande maestria ed eleganza sui rami e azzardare sempre una zampata in più, anche se il ramo non garantiva grande stabilità. Ecco però che al terzo salto una zampetta scivola, il gatto perde l’equilibrio, si arrotola come un pollo allo spiedo sul ramo ma tenendo ben salde le zampette davanti. Poi un colpo forte di schiena e ritorna ben saldo sul ramo. Prende fiato e poi riscende di corsa sulla terra ferma. Passa solo qualche minuto, si piega sulle zampe posteriori e risalta sui rami per una nuova avventura.

Una scena semplice alla quale sono sicura che la maggior parte di noi abbia assistito ma che per me è densa, in questo periodo, di un significato profondo, di un messaggio da cogliere e da utilizzare come base per le mie prossime “zampate” future. Sono autonoma, indipendente, curiosa e con voglia di esplorare. Conosco le mie aspirazioni ma quello che a tratti manca, anche nelle piccolissime avventure di ogni giorno, è azzardare un passo in più con la forza di credere nelle mie abilità di equilibrista. Vivo di sogni, energia, amore, passione e buona volontà ma a volte quello che manca è fidarmi di me e di quel ramo poco stabile e azzardare un’altra zampata sapendo che in ogni caso le due zampe davanti e la schiena mi aiuteranno a recuperare l’equilibrio anche se con un po’ di sforzo.

Ogni giorno nella falegnameria nella quale presto servizio è così. Un intreccio di rami da percorrere senza la certezza che siano saldi abbastanza da reggerti. Alle 7,30 del mattino lo zaino è carico di acqua, pc, pranzo e l’immancabile maglietta di ricambio ma ciò che non è quantificabile in una scala di misurazione in kg è l’energia, la carica e la tensione emotiva che ogni giorno porto con me e cerco di riversare con entusiasmo sui miei collaboratori del centro e soprattutto sui lavoratori della falegnameria. Faccio piani settimanali stringenti, incontri motivazionali, li spingo ad un maggior commitment e collaborazione ma poi basta un pomeriggio o il ritardo nella consegna di un barattolo di colla a fornirgli la scusa giusta per uscire dai binari e accomodarsi con saggio relax su una morbida sedia sgualcita sotto al portico e aspettare l’evolversi degli eventi. E’ a questa visione che sembra che a niente siano serviti gli sforzi e le nuove soluzioni inventate per rendere il messaggio più comprensibile. Mi sento frustrata e, nonostante la mia nota testardaggine, a tratti la soluzione migliore sembra gettare la spugna e lasciarli continuare ad agire come sempre. Dov’è però il valore aggiunto per me e per loro di questo nostro percorso insieme? Allungo le zampette davanti, do un colpo di schiena e dopo qualche giornata di delusione eccomi di nuovo a destreggiarmi su questi rami. La mia è solo frustrazione perché un modello che propongo seppure reso più flessibile, per venire incontro alle diversità culturali e di educazione, non riesce ad essere recepito correttamente. Sta proprio qui la frizione: applicare un modello funzionante in Europa in un contesto nuovo dove concetti come la disciplina, la motivazione e il commitment al lavoro a tratti non esistono. E’ come pretendere di recintare il vento. I rami a tratti non sono solo instabili ma non esistono proprio. Quanto noi europei portiamo in Africa è molto più di quanto siamo consapevoli di fare. La cultura, il vissuto, l’educazione, la professione creano in noi solidi pilastri che con gli anni creano una nuova ossatura della quale però non siamo sempre coscienti. Qui lo scambio è senza riferimenti, senza regole o strutture condivise. E’ quella la vera sfida, costruire un ponte flessibile ma solido appoggiato su due diversi pilastri. Una sfida dura e ricca di avversità ma alla quale non ti puoi sottrarre se hai scelto di partire e vivere questa avventura per un anno. In questo contesto credo che non sarà né la performance finale e neppure l’apprezzamento esterno a ripagarti ma questa volta sarà piuttosto il ritrovare in te e in loro piccoli elementi gli uni degli altri che ti farà capire di avercela fatta.

Sul lavoro si parla di schemi, di strutture e di teorie che spesso non riescono a comunicare ma nella vita privata ogni giorno affronti un’altra forma di confronto, anche qui non sempre facile. Il colore della pelle della quale sei rivestito parla e racconta una storia per te. Sei la più corteggiata, la più salutata e spesso oltre ai saluti dei bimbi che recitano l’immancabile “Muzungu”, ti becchi qualche pizzicotto un po’ meno piacevole dei ragazzini più curiosi che ti studiano come un’attrazione da circo. A volte la prendi con più filosofia, altre volte sei stanca di sentirti osservata e giudicata solo dall’esterno. Questa pelle per loro è segno di occidente e di ricchezza. In alcuni casi poco importa se sei intelligente, simpatica o carina, sarai comunque osservata e corteggiata. A tratti fa male e all’ennesimo messaggio di whats app che ti recita apprezzamento e a tratti uno sbandierato ma poco sincero amore, più stufa che mai decidi di non rispondere. L’essere giudicata un VIP pesa e non poco a volte ma con un po’ di astuzia ti giochi alcune frasette appena imparate in Nyanja e pian pian ti sembra di guadagnare terreno e dimostrare che sei più di una turista. Svilita da questa pressione più volte mi è venuta voglia di non rispondere, non uscire ma poi ragiono su quanto perderei. Dopo giornate col broncio e l’indisposizione nei confronti di questi atteggiamenti “locali”, sia nella vita privata che sul lavoro, ho deciso di dare un’altra chance a me e iniziare a godere delle piccole cose che riesco a cogliere dai momenti passati qui con loro. Un’esperienza unica non solo perché sei a più di 24 ore dagli affetti e da casa ma perché ogni giorno impari una lezione nuova, una nuova forma di dialogo, di tolleranza e di comprensione di un mondo tanto lontano anche culturalmente. Serve azzerare le aspettative per non avere delusioni e cogliere a cuore aperto tutto quello che arriverà.

Sono quasi le 15 di domenica. E’ ora di spegnere il computer e di continuare il mio viaggio alla volta dell’orfanotrofio di Lusabi dove da oggi inizierò a cimentami a fare lezione di inglese ai ragazzi.

 

“Mi dispiace, ti prego perdonami, grazie, ti amo” – Zerolimits, Joe Vitale e Ihaleakala Hew Len – 2009

 

Zambesi river – febbraio 2016

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